Yannis Bournias. A manual for solitude in a landscape
La mostra di Bournias alla galleria Abbondio (fino al 30 gennaio) mostra la forza di una grecità delle forme che travalica passato, presente e futuro.
Nell’estate del 2021 David Cronenberg gira Crimes of the Future in varie locations della Grecia, e il potentissimo ritorno verso il body horror viene veramente accolto come l’abbraccio nostalgico ad un passato troppo importante per lasciarlo solo alla memoria. Tutti volevamo ancora una volta stare male e goderne, nel modo in cui per anni il regista ci aveva deliziato.
Nell’inverno tra il 2025 e il 2026 la galleria Giampaolo Abbondio di Milano presenta “A Manual for Solitude. In a Landscape”, piccola potente mostra di foto del fotografo greco Yannis Bournias che chiude il 30 gennaio e che invitiamo a non lasciarsi sfuggire.

Di questi due eventi ci piace pensare che la comune matrice greca sia in qualche modo una corrente sotterranea che ne alimenta l’impressionante forza.
Appena abbiamo visto le foto di Bournias abbiamo immediatamente pensato al film di Cronenberg, a quella sensazione di futuro usurato, post-organico, non spettacolare, di contesto urbano decadente, poco riconoscibile, non “turistico”.
In entrambi i casi le immagini mostrano architetture moderniste degradate, interni semi-industrializzati, quartieri con un’atmosfera sospesa in una distopia. Bournias riesce a ridare una sorta di “grecità” anche in scatti creati a Parigi o dovunque sia. Ci riesce perché li intride di quel senso di decadenza e di sopravvivenza dopo la crisi che sentiamo come tema reale della Grecia odierna (e forse di sempre), un senso che dimora nello sguardo del fotografo in modo quasi romantico.
Come fossero foto di scena del film citato nelle foto di Bournias troviamo infatti la nostalgia, la violenza di un passato talmente affascinante da desiderarne ancora le torture, la dimensione post qualsiasi cosa, che sia la Storia, il successo, la consapevolezza, il dolore, la distruzione dell’Occidente. Troviamo un legame anche con la carne che le foto non mostrano riuscendo a mostrarla, mentre il film quasi mostra ma giocando su un equilibrio post body horror fatto di fuoricampo devastanti.

Addentrandoci nella eccezionale sequenza delle dieci immagini esibite sentiamo proprio la decadenza di un mondo che riesce a sopravvivere a sé stesso e a tutto quello che l’occidente (di cui è padre) ha creato e crea per autosabotarsi. Le poche foto visibili nel piccolo spazio di via Archimede sono molto potenti, quasi fossero le onde sismiche di un terremoto che sussulta ad ogni nostro sguardo. Per noi il vertice, l’onda più deflagrante, è “The Sound of Rustling”, in cui una ragazza nuda sta in equilibrio sulle punte dei piedi dentro un capannone industriale dismesso con scritte greche sullo sfondo. Davvero non è carne quella esibita, ma il simbolo di un percorso che riesce a ridare la sensazione di quel precario equilibrio post-atomico che una civiltà distrutta ma incapace di morire può mostrare. Sintetizza bene l’idea che ogni scatto sia un passo in più verso un abisso, o verso la gioia di un salto nell’abisso.

A Bournias non interessa colpire i nostri sensi con inquadrature violente e immediate. Le sue foto sono costruite come dei film, la loro atmosfera è totalmente la visione di un mondo che ha iniziato ad arredare il tunnel in cui il fato lo ha messo a vivere. La violenza è parte del mondo. La notte è infinita. Infinito è l’abbandono. Gli scatti ridanno una potente vibrazione di fine dei giochi e delle feste. Il tutto con una capacità di affascinare lo sguardo nel vedere cotanta caduta che è proprio solo di forme classiche.
Infatti le foto di Bournias sono foto che abbiamo già visto anche se non le abbiamo mai viste. Questo perché sono foto classiche che appartengono al nostro sguardo, e che solo l’intelligenza del fotografo ha reso concrete davanti ai nostri occhi. Sono epifanie dal calore accogliente di un passato decadente che risuona in tutti gli scatti. Bournias si rivela quindi un fotografo classico proprio laddove vuole essere futuristico o fantascientifico. L’atmosfera alla Blade Runner, con un passato vittoriano che si perde nel ricordo dell’impero perduto e ora ottenebrato dal neon, dalla tecnologia dei dispositivi elettronici di visione, dai vortici di spazzatura mossa dal vento, rende tutto dolcemente post-atomico.

Bournias accende in noi il piacere di sprofondare nella notte, e lo fa iniziando con una foto al crepuscolo in cui tre donne si mostrano (e una sola ci rende lo sguardo) di fianco ad una piscina di un elegante edificio moderno. Ma non c’è bisogno di far vedere rovine fisiche laddove è lo spaziotempo ad essere rovinato. Il tempo si è fermato e ne vediamo le cicatrici (quasi fossero di un’operazione chirurgica…).

Per noi non è tanto questione di solitudine, ma di decadenza, di passato glorioso che non ha più voglia di lottare perché sa che tutto è già successo. Le finestre inquadrate che vediamo in mostra sono solo squarci in una civiltà che si chiude sempre più in sé stessa e nei suoi ricordi (e infatti la ragazza che sta per uscire è ripresa ancora dietro la porta del condominio).

Se la cosa che ci sorprese di più del film di Cronenberg fu vedere come il veterano regista canadese (quindi anglosassone e atlantico) avesse scelto la Grecia come ambientazione, quasi fosse un ritorno a casa verso quei lidi della narrazione su cui lui e tutti noi ci siamo formati, allora è palese come le foto di Bournias siano foto di un ritorno.

Un vortice è un girotondo. Ci ricorda l’infanzia, la spensieratezza. La spazzatura sollevata dal vento sono i nostri ricordi che sedimentano e ci fanno credere di essere stati felici. Grazie alla “verità” dell’immagine sappiamo che non è così, non eravamo felici ma ci sembrava. La classicità della forma, seppure solo nel movimento, ci riconcilia con lo sguardo, al di là del futuro. Allora i crimini del futuro saranno uguali a quelli del passato, e noi godremo delle operazioni di chirurgia interna che verranno mostrate come performance artistiche. Allora gli scatti di Yannis sembrano veramente essere foto di scena del film di David.
Sono “quadri” che si fanno amare in modo fisico, laddove il critico novecentesco dovrebbe usare uno sguardo mentale, freddo e oggettivo. Possiamo amare carnalmente queste immagini, consapevoli che un tempo avrebbero chiamato l’orrore o l’inquietudine (nel senso proprio di unheimlich) e le amiamo e ne godiamo come gode il protagonista di “Street of dreams”.

(Yannis Bournias, Οδός Ονείρων_Street of dreams, 2024, fine art print, 110 × 165 cm)
La matrice ambigua resiste, ma ci conforta lasciar andare la nostra immaginazione e pensare che l’uomo stia godendo del rapporto sessuale col suo autoveicolo. O forse stiamo vedendo un nuovo (o un futuro) essere mitologico (greco) composto per metà da un uomo e per metà da un autoveicolo.
Il tutto senza bisogno di effetti speciali.
Non ha bisogno di effetti Bournias per raggiungere le vette di Cronenberg, bensì è Cronenberg che ha bisogno della decadenza greca per tornare alle sue vette. Più vediamo e rivediamo queste foto più ci sembra che aprano porte della percezione. Se ovviamente il cinema è protagonista della fotografia di Bournias, è notevole la maestria con cui egli non ricrea immagini viste in sala, ma produce attimi di film mai visti prima, che improvvisamente iniziano nella nostra testa. Allora le sue foto sono molto simili a quei varchi presenti in eXistenz di Cronenberg, di cui Bournias diventa il futuro messaggero di immaginario.
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