Oltre lo schermo: Frames di Studio Marco Piva per Radici e Zambaiti Parati

Avatar Federico Fianchini | May 24, 2026

0 Ratings Rate it

“In un piccolo cinema d’essai del centro di Milano, in Brera, abbiamo visto un interessante film di Marco Piva intitolato Frames”. Questo inizio potrebbe per un attimo apparire fuorviante: di cosa stiamo parlando esattamente? 
Entrando (fisicamente) nel lavoro presentato durante il Fuorisalone dallo Studio Marco Piva per le nuove collezioni Pigments di Radici e Orizzonti Sospesi di Zambaiti Parati, il linguaggio cinematografico diventa inevitabile al fine di raccontare un ambiente e un dispositivo audiovisivo che oggi possono definirsi postcinema.

Frames Studio Marco Piva installazione immersiva per Radici e Zambaiti Parati

Frames come spazio performativo

Ci trovavamo nella piccola galleria del Club dei Pittori in Corso Garibaldi. Qualcuno potrebbe obiettare che non si trattasse di cinema, quanto piuttosto di teatro o spazio performativo (e infatti al visitatore si richiedeva appunto di agire, cioè entrare e muoversi nello spazio). Tuttavia la presenza di uno schermo su cui Frames veniva trasmesso (un video splittato in più riquadri e diretto dallo stesso Piva) aggiungeva un altro codice, verso un mescolamento di segni che guidava la costruzione dello sguardo.

Frames installazione Fuorisalone con LED superfici e video finale

Colore, luce e superfici

L’installazione infatti si sviluppava come una sequenza fatta di colori, luci e immagini, in cui lo spazio era scandito dalle moquette Pigments sulle superfici orizzontali, e dalle carte da parati Orizzonti Sospesi su quelle verticali. A separare le diverse partiture materiche intervenivano tagli LED che ampliavano e saturavano la percezione. Soglie, stratificazioni e ripetizioni geometriche a dare un ritmo visivo preciso. Ogni colore preparava l’occhio al successivo, ogni fascia conduceva alla seguente. Tutto convergeva verso il fondo della stanza, dove il video esplicitava il legame tra natura e colore.

Frames Studio Marco Piva spazio performativo tra colore luce e postcinema

Parlare di spazio performativo è anche corretto perché si richiedeva davvero un’azione nello spazio. Durante il Fuorisalone l’avventore arriva sempre carico della tipica fame di immagini della design week. Su tale predisposizione, però, si innestava la regia dell’installazione, il cui obiettivo era imporre un arresto del movimento per l’inizio di una contemplazione, tipica del cinema.

Frames dettaglio moquette Pigments e carte da parati Orizzonti Sospesi

Sfruttando una metratura ridotta, Piva costruiva una regia millimetrica, calcolando l’impatto sul pubblico che dal rumore esterno piombava in un ambiente ovattato in cui, per qualche secondo, lo spazio sembrava trattenersi dal farsi vedere, quasi a creare un’attesa. Poi, lentamente, l’occhio iniziava a focalizzare sulle superfici e sui tagli luminosi, scoprendo di trovarsi in una bolla sospesa. Una bolla che quasi letteralmente manifestava quel bisogno su cui si basa il lavoro di Zebra Crossing: rallentare il ritmo incessante del contemporaneo per poterlo decodificare.
La contemplazione poi si trasformava diventando montaggio mentale richiesto al visitatore. Non è un caso che la comunicazione dell’evento utilizzasse apertamente un lessico cinematografico: “racconto progettuale”, “frame”, “sequenza”, “saturazione visiva”, “paesaggio emozionale”.

Frames, più che presentare complementi d’arredo, costituisce un luogo narrativo. Chiarisce come il design contemporaneo non ragioni più solo sull’oggetto, ma sulla creazione di mondi e atmosfere. È il medesimo approccio con cui oggi vengono concepiti i luoghi del lusso e della cultura: spazi che non devono solo funzionare, ma produrre esperienza, se non riflessione.

Piva può facilmente appoggiarsi allo sguardo del cittadino urbanizzato, ormai educato dal cinema a leggere la realtà narrativamente, ad aspettarsi mood coerenti, a vivere gli ambienti come territori immersivi. In questo senso la sua opera appartiene a un orizzonte postcinematografico, dove il film non abita più soltanto lo schermo, ma invade lo spazio fisico (da percorrere o meno).

Entrare dentro Frames significa assaporare il silenzio del passo sulla moquette, scoprire accostamenti cromatici, fino alla visione quasi totemica dello schermo finale. L’interpretazione che facciamo guardando diventa poi ricordo nostalgico quando notiamo che la scansione delle fasce separate dai LED riporta a certe estetiche videografiche anni Ottanta (pensiamo per esempio a Tron), a conferma di come il nostro immaginario sia animato da memorie mediali. L’esattezza tecnica delle collezioni passa così in secondo piano rispetto alla capacità dell’allestimento di far decollare l’immaginazione verso territori familiari.

Frames e il design contemporaneo

Come detto, lo spazio costruisce un proprio ritmo in cui i colori non si fondono, ma restano separati e montati uno dopo l’altro attraverso soglie luminose che fungono da stacchi di montaggio.
Lo spettatore assembla mentalmente ciò che vede, come davanti a un collage cubista. Da questa operazione di rimontaggio nasce la consapevolezza che il regista di postcinema (o il film designer) non ha più bisogno di filmare: deve solo costruire uno spazio da attraversare facendo leva sulla nostra capacità di usare l’occhio come una telecamera e la mente come un dispositivo di montaggio audiovisivo.

In ciò risiede l’aspetto più interessante dell’operazione: non nel semplice allestimento, ma nella capacità di mostrare come il cinema sopravviva fuori dalle sale, come modo di organizzare la percezione. Piva non realizza un film tradizionale, narrativo e lineare, ma un ambiente in cui il visitatore continua a fare ciò che il cinema gli ha insegnato per oltre un secolo: abitare il mondo come una sequenza di immagini.

Tutte le foto di questo articolo sono state realizzate da Sara Magni  @magni_sara


0 Ratings Rate it

Comments

This post currently has no responses.

Leave a Reply