Il Diavolo veste Prada 2. Recensione di Claudia Vanti

Avatar Claudia Vanti | May 17, 2026

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Il Diavolo veste Prada 2 recensione: moda, nostalgia ed editoria.

Claudia Vanti analizza il ritorno del cult.

 


Neppure Meryl Streep e Anne Hathaway all’inizio erano entusiaste all’idea di un seguito de Il Diavolo veste Prada, né il pubblico sentiva il bisogno dell’ennesimo sequel, soprattutto dopo i rovinosi precedenti di Sex & the City, successi temporanei subito dimenticati.

Il mondo moda si mostrava tiepido, eufemisticamente. 
Malgrado tutto ciò la reunion dei protagonisti storici c’è stata, e il pubblico la sta premiando con numeri stellari in un periodo di altri blockbuster annunciati.

Solo alcuni commentatori interni al fashion system hanno continuato a non aderire all’entusiasmo generale, con critiche feroci sull’operazione a prescindere dall’esito.

Il Diavolo veste Prada 2 recensione con Miranda Priestly

Perché il film preso a sé, in effetti, non è mal riuscito, anzi; pur con diversi punti deboli che però non lo penalizzano come oggetto di puro intrattenimento.
 Prima di tutto forse è necessario specificare che non è un film sulla moda –  che è lo scenario, costruito bene, a volte benissimo e bisognerà ritornarci – ma sulla crisi dell’editoria, quasi “un funerale dell’editoria” messo in scena didascalicamente nel(la ricostruzione del) Cenacolo vinciano, pur con un lieto fine che è lecito aspettarsi ma che sappiamo già, mentre lo vediamo, essere consolatorio, temporaneo e in fondo malinconico. 
In questo il plot è molto chiaro: la scomparsa della carta stampata va alla pari con la caduta vertiginosa della qualità, con i contenuti che hanno sostituito gli articoli, ma sono contenuti di cui a nessuno importa nulla, neanche a chi li dovrebbe fruire.

Il Diavolo veste Prada 2 recensione con Anne Hathaway

Tema serio, inaspettato in una comedy zeppa di autocitazioni del vol. 1 che sono puro fan service (il guardaroba di Vogue, pardon “Runway”), un argomento che è l’occasione per alcuni dialoghi esplicativi (un po’ didattici, è vero, ma qui siamo necessariamente molto lontani dal mantra “show, don’t tell” destinato ad altre narrazioni) che non raggiungeranno la fama del “discorsetto sul ceruleo” ma fanno il loro dovere.

I personaggi chiave ci sono tutti, quindi, tolto giustamente di mezzo l’inutile fidanzato di Andy/Hathaway, sostituito da un nuovo interesse amoroso altrettanto insignificante ma almeno molto meno presente sullo schermo. La sottotrama romantica sembra più una casellina spuntata che una necessità narrativa, inserita con così poca convinzione da far ribadire più volte che “il matrimonio non ti definisce”.

Il Diavolo veste Prada 2 recensione con Miranda e Nigel

Andy purtroppo è il punto più debole del film: in vent’anni non si è evoluta, è sempre infantile, colpevolmente pasticciona – ma in “buona fede”, per la sfortuna di tutti – e infine monocorde, nello script e nella recitazione. Miranda invece no, Miranda è cambiata, pur all’interno della cornice di idiosincrasie, sgarbatezza e insofferenza che le competono per statuto. Ottimo per il talento comico di Meryl Streep, ma ci sono anche dialoghi più lunghi, meno sferzanti, sul tempo che passa (è passato), dove gli anni di distanza dal primo film sono totalmente esplicitati e in un certo senso rivendicati, e sul giornalismo, ancora.

Finalmente c’è uno spazio maggiore per Emily/Blunt e per Nigel/Tucci, la prima nel ruolo di quasi villain che non può più essere quello della Miranda di un tempo e che Emily Blunt rende elegantemente, da grandissima attrice – sottostimata – quale è. Nigel invece nel dare vita a un personaggio che, in questo racconto sulle dinamiche interne al mondo del lavoro, si comporta da adulto, il che non è scontato, tanto meno nel mondo reale.

Il Diavolo veste Prada 2 recensione con Emily Blunt

Ma la moda, dunque, dov’è? E’ tutta intorno, negli highlight delle sfilate girati a Milano – città che ne esce visivamente bellissima – nelle comparse di qualche volto noto (ma Donatella Versace seduta a un tavolino di un bar con una battuta forzata è un’occasione sprecata), e nella sfilata evento organizzata dalla rivista all’accademia di Brera che risulta credibile, con Lady Gaga in passerella tra le modelle in una coreografia migliore di quando su un catwalk ci è salita davvero.

Lo styling ha il suo spazio ma è meno invasivo rispetto al film del 2006, la storica costumista Patty Field ha lasciato posto a una sua assistente, Molly Rogers, ma è l’intenzione che è cambiata, gli outfit spettacolari sono pochi, del resto Andy è diventata una giornalista “saggia”, fashionista con giudizio, e questo è sottolineato da infiniti blazer e pantaloni.

The devils wears Prada 2 premiere con Lady Gaga
Poi c’è il fashion talk, quello scambio di battute veloci e moderatamente pungenti che dovrebbero essere la cifra riconoscibile della moda, quello che il pubblico forse si aspetta, ma è diventato abbastanza scontato e si è diluito nelle decine di serie (Gossip Girl, Ugly Betty, perfino la brutta And just like that) che lo hanno adottato negli anni intercorsi tra Il Diavolo veste Prada 1 e 2.
Qui era necessario un po’ più di coraggio, la voglia di essere cattivi fino alla ferocia, sarebbe stato un film meno rassicurante ma più divertente.

Miranda Andy and Nigel

In generale, per il cinema, la moda rimane sempre qualcosa di molto vicino alla kryptonite, affascinante sì ma difficile da raccontare o solo sfiorare. È un attimo mancare il momento o dettagli fondamentali, mentre le serie tv hanno più tempo, e la moda vi si inserisce quasi naturalmente attraverso le identità dei personaggi, basti pensare al “quiet luxury” veicolato da Succession e al suo business code, rispetto alla grossolanità del Jay Ravitz che si oppone a Miranda.
Alla fine però, moda o non moda, il film fa il suo lavoro, intrattiene con una bella confezione e qualche spunto non scontato. Il vero peccato è che non ci sarà una “risposta” di Anna Wintour, come con lo splendido The September Issue del 2009: la copertina di Vogue di maggio 2026 ha sancito la pace tra Anna e Miranda, unite nella lotta per salvare le riviste.


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