Ivelise Perniola, “Domande sul Documentario” (parte 1)

Avatar Ivelise Perniola | June 20, 2026

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Prima parte di un testo di Ivelise Perniola riguardo la natura del Documentario.

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Se in questi tempi di soffocante calura estiva non possiamo muovere un muscolo senza soffrirne i bollenti disagi, un’attività che può esserci d’aiuto è ragionare sulle basi della nostra ricerca.
Un fondamento su cui ci poggiamo è sicuramente la riflessione sul fenomeno audiovisivo (dai prodotti ai mezzi di produzione, fino ai generi e alle ibridazioni).
Per questo motivo siamo lieti di ospitare un intervento di Ivelise Perniola, docente
di Cinematografia documentaria presso il DAMS di Roma Tre. Il testo approfondisce
la natura del documentario come modalità espressiva che ha segnato la Storia del Cinema.
Oggi più che mai il documentario si dimostra cruciale per raccontare il mondo, forte di una straordinaria rinascita trainata dalle nuove tecnologie e dal rinnovato sguardo degli autori.

Domande intorno al cinema documentario
di Ivelise Perniola

Partirò da alcune domande, senza fornire risposte assertive, dal momento che nel campo del cinema, e in particolare del cinema documentario, le risposte rimangono inglobate nelle domande, senza mai esaurire il loro potenziale di sviluppo, di scoperta, di rivoluzione delle teorie sino a poco prima considerate acquisite.

1 – Che cosa significa la parola documentario?
Dal latino ‘doceo’, insegnare, il documentario si differenzia a prima vista dalla finzione
per il suo valore didattico, l’obiettivo del documentario non è quello di illudere, ma quello
di insegnare, quello di riferirsi costantemente ad un mondo reale costantemente verificabile (come la pubblicità e la pornografia, il documentario mostra un mondo del quale anche
io faccio parte).
In inglese si utilizza spesso il termine nonfiction, certamente meno vecchio, più dinamico, ma che contiene in radice una negazione, e quindi è una falsa denominazione
(il documentario allora non sarebbe altro se non un film senza attori, senza sceneggiatura, senza scenografie).
La definizione migliore resta quella di John Grierson: “Il documentario è il trattamento creativo della realtà”. Tuttavia l’inquadratura di un cane non morde, e il documentario,
al pari di ogni altro prodotto audiovisivo, contiene un forte potere derealizzante.
Il cinema allontana sempre dalla realtà.


(fotogramma tratto da “Drifters” di John Grierson, UK 1929)

 

2 – Il documentario è veramente un cinema senza attori, senza scenografia, senza sceneggiatura e senza autore?
La risposta è no, in ogni caso. Esistono documentari su attori professionisti, esistono documentari in cui le persone reali vengono chiamate a interpretare un ruolo, esiste
la teoria dell’attore sociale secondo la quale ognuno è chiamato a interpretare differenti ruoli nella vita.
Talvolta il documentario viene girato in dei set appositamente costruiti con il fine di creare delle situazioni. Spessissimo è costruito seguendo una precisa sceneggiatura; infine per quanto possa essere ricercata l’oggettività assoluta, ogni ripresa nasconde un occhio che l’ha scelta.
Quando la televisione, in particolare nel campo dell’informazione, vuole farci credere che quello che vediamo è una realtà senza filtri, essa gioca il gioco di una propaganda fattuale
(la propaganda politica con la fine delle ideologie si è avviata sul viale del tramonto) che ottunde il pensiero, dal momento che ci vuole far credere che il mondo è semplice come viene mostrato e che è leggibile senza interpretazioni.


(foto dal backstage del dibattito in TV tra Kennedy e Nixon per le elezioni presidenziali del 1960)

 

3 – Il documentario è cinema?
La risposta cambia tono a seconda dell’accento che vogliamo porvi.
Si, il documentario è cinema, perché il cinema ha una vocazione ontologica e nasce come documento della realtà, come traccia della realtà, e allora il documentario è cinema nella sua accezione più alta e più pura, anche se molto spesso il documentario non viene considerato un’arte al pari del cinema di finzione.
Oppure si può dare a questa affermazione un’accezione negativa, dicendo il documentario è cinema, quindi è finzione, è mistificazione, è inganno al pari di qualsiasi storia raccontata per lo schermo. Spesso si accusa il documentario di non essere cinema (quindi di non essere arte) o di essere solo cinema (quindi di mistificare il reale). Ovviamente la messa
in scena è sempre presente, compito del documentario è trovare la chiave giusta per descrivere una certa realtà, non è più il cosa che ci interessa, ma il come.

Immagine televisiva sul rapporto tra documentario, informazione e realtà
(Frederick Wiseman 1930 – 2026)

4 – Più è colto sul fatto, più è vero?
Il documentario può lavorare con il reale attraverso sei approcci differenti:
l’istantanea; l’interferenza; la posa; il gioco autoctono; la ricostruzione; il ri-montaggio.
L’istantanea coglie la vita in flagrante, senza sceneggiatura e senza attori (il limite di questo approccio è il voyeurismo e il sensazionalismo).
L’interferenza privilegia l’interazione psicodrammatica tra la macchina da presa e il soggetto filmato (il limite di questo approccio è il documentario truccato).
La posa prevede che invece di riprendere dalla vetrina, di nascosto, le azioni che compie
un macellaio all’interno del suo negozio, io entro e gli chiedo di spiegare davanti alla macchina da presa come si articola il suo lavoro, quali sono i tagli migliori della carne
e come si relaziona con la sua clientela. Tutto ciò non inficia la realtà di quanto mostro,
ma cambiano i procedimenti della messa in scena. Il limite di questo approccio è la posa artificiosa.
Il gioco autoctono è simile alla posa, ma al gesto costruito degli autoctoni sui loro luoghi
si aggiunge una sceneggiatura prestabilita, più o meno romanzesca, che modifica la realtà locale. Il limite di questo approccio è il mescolamento sospetto: falsamente autentico
o autenticamente falso?
La ricostruzione ha molte sfumature.  Il più delle volte si spingono i veri protagonisti
di un fatto a rivivere in un contesto finzionale la loro vera vicenda di vita. Essa è la forma
più vicina alla finzione, e questo è implicitamente il suo limite.
Il rimontaggio è il lavoro su materiale pre-esistente, o il montaggio libero di materiale originale. Il ri-montaggio è il luogo dell’oscurantismo più evidente (la propaganda politica) o della liberà estrema (il film saggio).


(Jean Luc Godard 1930 – 2022)

5 – Ci sono delle figure propriamente documentarie?
No, non ci sono. Occorre rinunciare ad opporre il cinema di finzione al cinema documentario cercando elementi che li differenziano. Sicuramente il cinema di finzione gioca meglio con l’introspezione (rarissimamente un documentario ci apre uno spaccato sui pensieri dei protagonisti, sulla loro interiorità).
Godard diceva che la finzione è quello che succede a me, il documentario è quello che succede agli altri, e la definizione è molto sottile, anche se non esclusiva.

(La seconda parte verrà pubblicata mercoledì 24 giugno)


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