Alternative practices and Unbound forms. L’arte africana contemporanea a Milano

Avatar Federico Fianchini | April 13, 2026

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Un’analisi della mostra Alternative Practices and Unbound Forms alla Primo Marella Gallery di Milano: artisti africani contemporanei, materiali non convenzionali e nuove forme espressive tra arte e politica.

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La discarica abusiva di Mbare (sobborgo di Harare, capitale dello Zimbabwe) deve essere un posto bellissimo. Tra macerie del consumismo, falò dai fumi tossici, ragni e topi di notevoli dimensioni, un artista visionario rovista e setaccia i cumuli trovando l’ispirazione per immaginare e poi creare autentici inni al cosiddetto “upcycling”, quella conversione  dei rifiuti in qualcosa di bello, autentico e vero, come solo la grande arte riesce ancora a fare.
Parliamo di Moffat Takadiwa, scultore che eleva i resti della civiltà occidentale arrivati fino in Zimbabwe in materia attiva, trasformando tale scarto in forma e senso. Questa leva di ricerca ha permesso l’artista di entrare con forza nei circuiti dell’arte contemporanea internazionale, ed infatti oggi Takadiwa è ormai affermato, con varie personali in giro per il mondo e una presenza costante in collettive come “Alternative practices and unbound forms: African artists across recent Biennales”, dal 9 aprile al 29 maggio presso la galleria Primo Marella di Milano, dove possiamo ammirare la straordinaria “Korekore Hand Writing VII”.

Volantino della mostra - arte africana contemporanea
La galleria Primo Marella si è specializzata sin dai suoi esordi (nel 1992) nella promozione di quella parte di arte contemporanea proveniente dagli allora paesi emergenti, con un’attenzione particolare prima all’Asia (Cina, India e Sud-Est asiatico) e poi all’Africa. Una scelta che si è rivelata lungimirante: il contesto di queste mostre, per spazio espositivo e direzione artistica, colloca la galleria in un sistema di continuità con realtà consolidate presenti a New York, Los Angeles, Londra e Parigi, contribuendo al tempo stesso a ridefinire la posizione di Milano all’interno della geografia internazionale dell’arte contemporanea, e dando lustro – in questo caso – alla crescita e alla ridefinizione dell’arte africana contemporanea.


Galleria Primo Marella

Questo si percepisce già aprendo la porta dello spazio: uno stabile industriale riconvertito con acume, situato in quell’angolo di Milano vissuto spesso di sfuggita, tra la Bovisa, Farini, Maciachini e lo scalo ferroviario di Garibaldi.
La mostra consta di relativamente poche ma impressionanti opere di Joël Andrianomearisoa, Hako Hankson, Abdoulaye Konaté, Tegene Kunbi, Esther Mahlangu, Troy Makaza, Samuel Nnorom e, appunto, Moffat Takadiwa. Oltre alla unica ed eccezionale opera di Takadiwa (una scultura da appendere come un quadro, che a prima vista e da lontano inganna l’occhio, per poi rivelarsi un mosaico creato con tasti di tastiere per computer e teste di spazzolini da denti) possiamo qui analizzare altri lavori di grande interesse.


“Korekore Hand Writing VII” di Moffat Takadiwa (2023) –foto di Federico Fianchini-

Come il quadro “Picasso’s Legacy” di Hako Hankson che fa da copertina a questo articolo. Dall’impatto subito potente, questa grande tela richiama Picasso sia nel titolo che nell’uso dello spazio, con cinque grandi figure che lo abitano (una disposta orizzontalmente) in un modo che può ricordare Guernica, seppure meno carico di angoscia e più orientato a restituire la vitalità delle tradizioni del Camerun da cui l’artista proviene. Allo stesso tempo emergono elementi che oscillano tra figurazione e simbolo, fino all’inserimento di presunte lettere per parole di linguaggi sconosciuti. In questo è interessante il percorso di Hankson (nato nel 1968 a Bafang in Camerun), il quale si pone come intermediario tra un mondo invisibile e stratificato (quello delle tradizioni ancestrali) ed elementi visivi emblematici di artisti di fama mondiale come Picasso appunto, e, ci pare, anche Basquiat. Ne deriva un duplice movimento: da un lato la costruzione di un legame tra il Camerun e il mondo, dall’altro un ritorno alla base del modernismo con quei famosi legami all’arte africana…


“Picasso’s legacy” by Hako Hankson –foto di Federico Fianchini-

Di sicuro impatto sono anche le opere della veterana Esther Mahlangu, a cui è stata dedicata una sorta di “cappella” personale. La Mahlangu (90 anni quest’anno) è presenza consolidata nei musei e nelle gallerie di arte contemporanea di tutto il mondo. Il suo stile riprende le forme geometriche derivanti principalmente dalla cultura Ndebele, di cui l’artista è portatrice, essendo originaria di Mpumalanga nel Transvaal orientale del Sud Africa. Come da tradizione, il ripetersi di linee geometriche definite da bordi neri a contrastare lo sfondo bianco porta ad un’astrazione che diventa quasi un mantra. Con la sua predominanza di simmetrie per linee, figure e colori, è proprio questa ripetizione che genera la complessità in cui si inserisce la poetica della Mahlangu. La pittrice esprime il continuo equilibrio tra ancoraggio alla tradizione e distacco da essa verso le contaminazioni contemporanee, inglobando stimoli esterni senza perdere la propria identità. Emblematico, in questo senso, il lavoro svolto con brand come BMW per la creazione della African Art Car del 1991.


“Village Scene” or “Dwelling” di Esther Mahlangu, (2017) -foto di Federico Fianchini-

È importante menzionare anche le sculture di Troy Makaza, artista della nuova generazione (nato nel 1994 ad Harare) da seguire. Makaza è presente con un dittico in cui si percepisce chiaramente come Takadiwa sia diventato un vero maestro per le nuove leve dello Zimbabwe. Come il suo predecessore, anche Makaza realizza sculture che possono essere appese come dipinti, lavorando su un confine mobile tra le due discipline che si riflette anche nei materiali usati. L’artista infatti usa il silicone, intrecciandone fili dipinti e modellandoli fino a ottenere strutture filiformi e fluide. Ne emerge una pratica che insiste su una dimensione di continua trasformazione, dove astrazione e figurazione coesistono senza fissarsi definitivamente. Come dichiarato dallo stesso Makaza, l’obiettivo è muoversi tra le discipline e mettere in crisi le categorizzazioni predefinite, costruendo un ponte tra tradizione e contemporaneità.


“Untitled” di Troy Makaza (2026) -foto di Federico Fianchini-

Questa idea di movimento e tensione ritorna anche nelle opere di Tegene Kunbi. Nato in Etiopia nel 1980 e formatosi tra Addis Abeba e Berlino, Kunbi realizza quadri di vario formato in cui la geometria viene portata a una soglia di instabilità, senza mai dissolversi completamente. Le composizioni si basano su griglie che accolgono sia pittura che tessuti, creando un dialogo tra struttura e impulso. I colori, spesso riconducibili a una sensibilità subsahariana, costruiscono una tensione tra ordine e spontaneità, mentre il gesto pittorico mantiene una qualità quasi primitiva, contenuta entro un sistema che organizza e distribuisce le energie visive. Il colore diventa così un mezzo per attivare memoria e identità, mentre i tessuti introducono una dimensione rituale, portando nella superficie dell’opera tracce di storia e appartenenza. Ne deriva un equilibrio instabile, ma fertile, tra costruzione e apertura.


“Abstracted Times” di Tegene Kunbi (2025)

La gamma degli artisti in mostra è fortemente articolata, ma coerente nel modo in cui attraversa discipline, tecniche e materiali. Questo mescolamento, che in alcuni deriva addirittura dal riutilizzo di materiale altro, pensiamo sia fondamentale in un’ottica di fluidità mediatica come quella che vediamo negli ultimi anni, dove il cinema è stato affiancato da molti altri modi di creare audiovisività. In questo l’arte contemporanea (al pari della musica) da tempo ci sembra più avanti dell’arte audiovisiva, per la capacità di sperimentare più facilmente percorsi sghembi e transmediali. Sarebbe quindi molto interessante vedere attecchire queste ispirazioni, per continuare il solco di produzioni seminali come Blob, fino a divenire il modo di fare cinema del 21° secolo.

Author

  • Federico Fianchini

    Federico Fianchini, laureato in Storia del Cinema, si occupa di cinema, fotografia, video arte e design.


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Comments

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  1. Ivelise

    April 13, 2026 at 8:17 pm

    Molto interessante e molto ben documentato, un articolo che apre uno spaccato su artisti ancora poco noti in Italia.

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