Tre voci del Tecnosciamanesimo: Intervista ad Alessandro Vullo (parte 2)

Avatar Federico Fianchini | October 31, 2023 49 Views 2 Likes 5 On 2 Ratings

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Alessandro Vullo è un ricercatore multidisciplinare ed ex fotografo. Ha da poco concluso un periodo di lavoro e ricerca con la Tribù Sanacore, e continua ad organizzare incontri focalizzati sullo scambio di saperi e crescita personale.

Questa è la seconda parte dell’intervista.
In questa parte ci concentriamo sul tema “anima”.

Che rapporto hai con l’anima?
Io credo nell’esistenza dell’anima, ma non ho mai avuto un rapporto “didattico” con questi argomenti… Gli esperti fanno differenza tra anima e spirito. L’anima sarebbe l’espressione dello spirito in una particolare incarnazione, mentre lo spirito è una realtà più generale… Forse l’anima è la sfumatura dello spirito per cui io sono io e tu sei tu. Sento di avere una estrema vicinanza ad essa. Parlo molto con me stesso, cerco di andare oltre le parole, tento di ascoltare frequenze più profonde. Sento anche di avere un rapporto di prossimità con l’anima degli altri. Mi capita di sentire di più le cose che non mi vengono dette che quelle che mi vengono dette. Anzi, ultimamente faccio più attenzione al malessere dell’anima. Perché l’anima secondo me coincide col vero sé. Negli ultimi tempi quando sto male piuttosto che cercare il malessere in qualcosa di meccanico mi chiedo “la mia anima ora cosa vuole?”. La malattia è sempre una repressione di ciò che l’anima vuole. Il punto è che oggi potrei dire anima, domani potrei dire spirito. C’è sempre questa dicotomia che ancora non mi è del tutto chiara.


(foto di Gianluca Iarlori)

Cosa è uno sciamano per te?
Per me sciamano è solo un termine, probabilmente uno dei più inflazionati degli ultimi anni. Nei miei viaggi mi è capitato spesso di accostarmi a culture native e sentir parlare di sadhu o baba nell’induismo, di uomini sacri o uomini medicina per i nativi nordamericani, di taita in Amazzonia e curanderos in Centro America; la parola sciamano (che deriva da culture siberiane) l’ho sentita invece la prima volta da piccolo giocando a D&D. Oggi è un termine che mi piace sempre meno, perché più legato a un concetto occidentale. Semplificando, lo sciamano è quella figura che ha una certa rilevanza spirituale dentro un gruppo tribale. Usa l’osservazione e l’integrazione dei poteri della natura per poter stare bene prima lui, e poi portare tale medicina alla sua gente. Ancora oggi ci sono queste figure dentro le tribù. Nella mia esperienza posso affermare che tutti i veri uomini e le vere donne medicina che ho incontrato, non mi hanno mai detto di essere tali, meno che mai “sciamani”.


(foto di Teresa Urrea “Teresita”)
– Courtesy of Special Collections at the University of Texas at El Paso Library System- 

Purtroppo esistono anche sedicenti sciamani, figure che danno adito a una vuota appropriazione culturale, forse per fascino dell’esotismo misto a buone intenzioni, o forse per disonestà intellettuale. Tali persone si rivolgono a quegli analfabeti funzionali della spiritualità a cui riescono a propinare varie tecniche. La società occidentale è una società “orfana” delle proprie tradizioni rituali e del contatto con un certo tipo di sacralità. È bene ricordare però che i facili entusiasmi possono derivare da ottime intenzioni ma non sempre portano buoni risultati. Comunque quella è la figura di sciamano venduta in Occidente, e io voglio starne lontano.


(foto di Davide Comandù )

Personalmente vorrei andare avanti nel cammino che sto facendo verso la conoscenza di me stesso. Vorrei arrivare a vincere le battaglie quotidiane contro di me, continuare a condividere in maniera spontanea e naturale le cose che sto studiando e il percorso che sto facendo. Se tutto ciò aiuta l’altro ben venga. Ma aiutare l’altro è cosa che posso fare anche al bar davanti ad un bicchiere di vino, senza per forza mettermi il cappello con le piume in testa e scimmiottare cerimonie che non appartengono alla mia cultura. Purtroppo lo sciamanesimo è collegato ad un concetto di esotismo, quando invece c’è molta magia e potere anche intorno a Caltanissetta dove sono ora, senza andare in Amazzonia. Allora, se lo sciamanesimo è un dialogo privilegiato con queste forze intelligenti, si può dire che lo sciamanesimo non è degli sciamani, ma dovrebbe essere di tutti. Forse qualcuno è un po’ più predisposto per questo dialogo ma senza esclusività. Anche se al momento sto seguendo un mio percorso spirituale io non ho la pretesa di diventare uno sciamano, anche perché sono siciliano, non vengo da quelle culture native. Qui in Sicilia c’è un uomo che viene chiamato lo “sciamano dei monti Sicani”. Egli è depositario di un grande sapere e sa manipolare erbe ed energie con profonda maestria, ma se si va da lui chiamandolo “sciamano” lui si incazza! E poi dice “Ma chi è sto sciamano? Io sono Aldo!”. Sono d’accordo.


(foto di Alessio Galdiolo)

Al di là della volgarizzazione del termine la società urbana permette ancora gli sciamani? Cosa può fare uno sciamano oggi? Che mezzi può usare? Può usare mezzi tecnologici?
Io non ci vedo un limite nell’usare la tecnologia, ci vedo anzi un alleato, ma bisogna fare una premessa. Come dicevo prima l’Occidente permette l’esistenza di un certo tipo di “sciamano”. Questo senza la tecnologia farebbe fatica a farsi conoscere, arrivare alla gente, o creare laboratori e attività. Basti pensare all’uso di un impianto audio per amplificare una voce, per mettere in loop un suono usando una loop station, per creare un bagno sonoro usando strumenti vibrazionali come il didgeridoo, lo scacciapensieri o le campane. Prima nessuna pratica sciamanica si discostava dalla danza coi tamburi, oggi invece balliamo con l’ecstatic dance. Il problema però resta ideologico.
Infatti tutto ciò secondo me non è “sciamanesimo” o “spiritualità”. Questi sono mezzi e pratiche utili per un eventuale avvicinamento al mondo spirituale. La spiritualità, quella vera, non si può mettere online, né veicolare a un festival. Arrivo a dire (avendolo fatto in passato) che non si può chiamare cerimonia un evento con 100 persone se si è occidentali, quindi non appartenenti alla cultura nativa alla quale ci si ispira, perché non è più una cerimonia, ma una condivisione di qualcosa che si avvicina al mondo spirituale.

Un profondo autentico dialogo con il mondo spirituale lo vedo più appartenere al silenzio e all’intimità di una foresta. Non si può pretendere di fare lo sciamano a Milano o posti simili. Forse è un limite mio ma lo sento come fuori posto. Magari si possono organizzare attività propedeutiche ad un avvicinamento spirituale, anche avvalendosi dell’aiuto di uomini e donne medicina che appartengono alle culture native e che si invitano apposta. Se io non avessi conosciuto chi organizza tali attività forse starei tuttora dissipando la mia vita. Lo sciamano cittadino allora non dovrebbe presentarsi come tale, bensì come “uomo-ponte”, colui che si fa vettore di culture e rituali, aiutando le persone ad avvicinarsi alla spiritualità. In Quechua c’è una bella parola che è “chakaruna” o “uomo-ponte”, colui che avvicina le persone alla spiritualità.

In definitiva credo che l’Occidente permetta l’esistenza di una parodia dello sciamano… Magari tale parodia può anche aver effetti positivi, le manifestazioni spurie di sciamanesimo vedono spesso persone che vogliono fare qualcosa di buono, mosse da buone intenzioni. Il male vero è ben altra cosa… Per anni ho lavorato nella fotografia di moda, e quello è un mondo capace di muovere mari e montagne solo per vendere dei vestiti… Quello per me è il male. Forse un sedicente sciamano alla fine tenta di fare qualcosa di buono, prova ad avvicinare le persone ad un concetto di spiritualità. Ci sono anche i furfanti che si approfittano della buona fede delle persone ma sono una minima parte. Semplicemente andrebbe un po’ depurato il tutto, ricordando sempre che veniamo tutti dalla città. Se andiamo nella foresta e facciamo un po’ di cerimonie questo non fa di noi degli sciamani.


(foto di Davide Comandù )

Tu sei abbastanza popolare… senti di portare chi ti segue da un’altra parte?

Sicuramente c’è l’intenzione di farlo. Anzi so di aver “portato” parecchie persone da altre parti perché me lo hanno proprio detto. Ma si deve sempre fare attenzione a parlare di queste cose, perché non vorrei apparire un megalomane. Si deve tenere a bada l’ego. Ammetto che ho ricevuto tante testimonianze di gente che, dopo aver letto il libro, o seguito il blog o visto le mie foto ha preso ed è partita o ha cambiato vita. Questa per me è una delle più grandi soddisfazioni: aver dato una sorta di buon esempio, aver mandato persone in giro per il mondo, spesso mandandole anche da amici, per esempio nella prima comune dove ho vissuto in Andalusia. Ho cercato di condividere all’estremo le esperienze che ho fatto, facendo in modo che altre persone le potessero fare. Per condividere intendo proprio semplicemente mettere sul piatto ciò che faccio. Infatti, al netto degli impegni, e compatibilmente con la voglia, una cosa che mi è sempre piaciuto fare è incontrare le persone che mi scrivono. Alcuni dopo avermi incontrato hanno messo in pratica cose.
Ma allora chi è lo sciamano? Alessandro che si mette le piume in testa o Alessandro che risponde al messaggio di uno sconosciuto e finisce per bersi con lui cinque/sei amari al Baffo in Darsena a Milano tentando di tirar fuori qualcosa di buono? Capisci perché non mi piace il termine sciamano?


(foto di Nicola Zolin)

Per te è più importante sentire o capire?
Forse sentire… Entrambi sono importanti, ma non si può avere la pretesa di capire tutto. Il capire deve seguire il sentire. È anche vero che sentire e basta, senza capire cosa si sta sentendo, non porta a niente, anzi può anche diventare pericoloso. Pensiamo a chi segue il proprio cuore per andare in Amazzonia, fare qualche cerimonia coi nativi, e poi tornare in Europa per presentarsi come sciamano. Magari lo dice sinceramente, perché nel cuore “lo sente” davvero. Cioè si sente che quello è il proprio cammino, si sente la pretesa di guidare persone nelle cerimonie. Onestamente penso che queste persone che “sentono” alla fine non hanno capito un cazzo. Serve bilanciamento tra le due cose. In questa fase della nostra civiltà tutto si sta mescolando… Il sentire si mescola al capire. Di recente, durante la cerimonia dell’equinozio d’autunno, ho estratto alcune rune. Una in particolare era una runa con una doppia freccia, una punta verso l’alto e una punta verso il basso. Essa rappresenta il collegamento tra i piedi e la testa. Può succedere che le due frecce si invertano nella ciclicità della vita, dato che in ogni cosa può avvenire una inversione sopra sotto. Tale inversione può avvenire anche tra il sentire e il capire.

Puoi raccontare l’incontro e la vita col cane coyote?


Waldy era un cane lupoide, somigliava parecchio ad un coyote, ma senza la criniera e con le orecchie non proprio dritte.
Quando sono arrivato nel villaggio di Estacion Wadley ero quattro giorni in anticipo rispetto al mio compagno di viaggio Darius. Appena messo piede giù dal bus e svoltato il primo incrocio ho incontrato questo cane, che senza farmi né feste né abbaiarmi, ha iniziato a seguirmi. Eravamo solo io e lui, in giro non c’era nessuno… Estacion Wadley pareva veramente un villaggio fantasma, uscito da un film di Sergio Leone ma post apocalittico. Una specie di Walking Dead ma creato da Sergio Leone.

Comunque nei giorni successivi, il cane è diventato la mia ombra: mi sedevo e si sedeva, mi alzavo e si alzava, mi svegliavo e lo trovavo ad aspettarmi, veniva con me a mangiare, mi accompagnava spesso nelle passeggiate, e se spariva ricompariva sempre.
Il giorno dell’arrivo di Darius ero andato, senza il cane, molto presto al mattino nel deserto. Una volta tornato al villaggio ricevo un messaggio di Darius che mi dice di raggiungerlo in un ostello del paese. Quando arrivo lo trovo nel cortile con Waldy! Avevano già fatto amicizia, ed infatti è stato proprio Darius a proporre di chiamarlo Waldy (che è come i messicani del posto chiamano questo villaggio, dato che non sanno pronunciare “Wadley”). Da quel giorno il cane ha iniziato a seguirci ancora di più! Ma la cosa strana è che non lo vedevamo mai mangiare, né abbaiare, né fare i suoi bisogni. Era educatissimo, camminava sempre al ginocchio, senza andare mai avanti o indietro. L’unica cattiva abitudine era quella di inseguire le auto e le moto che passavano. Era l’unica cosa che lo rendeva reale. Altrimenti sarebbe sembrato veramente ultraterreno.


La cosa più assurda però è stata quando questo matto di un cane ci ha seguiti lungo la scalata del Cerro del Quemado! Una volta deciso di fare la “ofrenda” (offerta allo spirito del deserto e del Peyote) scalando la montagna sacra dei Wixarica, ci siamo detti che dovevamo trovare un modo per fare sì che Waldy non venisse con noi, perché pensavamo non sarebbe stato in grado. Invece no! Waldy è venuto e ha seguito me quando io e Darius ci siamo separati per affrontare due versanti diversi del monte. Al ricordo di quell’avventura mi emoziono ancora! La scalata al Cerro è stata un momento molto difficile, in cui ho avuto veramente paura, anche perché c’era un vento potentissimo. Il mio versante poi ad un certo punto smetteva di essere in pendenza e diventava quasi verticale e io mi arrampicavo con uno zaino da 13kg. Fortuna che indossavo le scarpe da montagna e non le solite Birkenstock…

In tutto ciò Waldy era lì! Scalava e mi dava forza! Mi faceva anche pena perché era veramente devastato e impaurito. Ogni volta che mi fermavo si addormentava, mentre sotto di noi c’era uno strapiombo di centinaia di metri. Comunque arrivati in cima io e Waldy abbiamo raggiunto un terrapieno in cui finalmente abbiamo ritrovato Darius. Era il tramonto, un buon momento per accamparci, ma dopo aver riposato un po’ abbiamo deciso di proseguire, venendo però velocemente avvolti dal buio. Quelli sono stati attimi molto potenti…
Siamo stati costretti ad accamparci in una pietraia infernale, senza ombra di legna per il fuoco. Eravamo stremati, nervosi, a causa di stanchezza, buio pesto e dei molti rumori che ci circondavano. Ma appena iniziato a montare le tende Waldy è diventato un diavolo! Ha iniziato ad abbaiare e ringhiare come mai lo avevamo visto fare! Poi andava e tornava da un punto preciso, fino a quando non è scomparso del tutto. Allora abbiamo deciso di seguirlo.
Solo dopo pochi metri siamo passati attraverso un balzo tra due rocce che a causa del buio non avevamo visto, e la luce delle nostre frontaline ha scoperto questa radura bellissima, piatta, col posto del fuoco già pronto, tanta legna da bruciare e il cane tutto felice che ci guardava scodinzolando.
Lì abbiamo avuto proprio la prova che fosse uno spirito venuto ad accompagnarci sul monte.
Difatti durante la notte, nonostante il freddo bestiale, si è messo davanti alle tende a fare da guardia.
Il mattino dopo abbiamo raggiunto il santuario in cima alla montagna, dove abbiamo incontrato un vecchio nativo Wixarica che ci ha detto di conoscere bene quel cane. Ci ha detto che Waldy era uno spirito peyotero che accompagnava le persone. Sembrava prenderci in giro per alimentare le nostre illusioni, e forse al momento non gli abbiamo creduto molto, ma tornati a Real de Catorce per prendere il pullman e andarcene, il cane è letteralmente scomparso. Volatilizzato. Non lo abbiamo mai più visto.
Waldy è sparito proprio nel momento in cui avevo deciso di portarlo con me. Avevo avuto giusto il tempo di legargli la mia bandana al collo, quella di tutte le mie avventure nel deserto…
Ora so che non avrei mai potuto mettere il guinzaglio a uno spirito. Spero di ritrovarlo quando tornerò. Penso che fosse veramente lo spirito del coyote venuto a guidarci.


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