Tre voci del Tecnosciamanesimo: Intervista a Elena Borgna (parte 3)

Avatar Federico Fianchini | December 11, 2023 22 Views 0 Likes 0 Ratings

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Concludiamo questo piccolo viaggio alla conoscenza dell’attrice teatrale Elena Borgna e del suo spettacolo “Voci dal Bosco” (attualmente in tour) finendo sul tema da cui è partita la nostra indagine: lo sciamanesimo. Chiedendo dell’anima e della differenza tra i regimi della comprensione e della sensazione vogliamo indagare sul modo in cui Elena dialoga con le piante. Lo sciamanesimo quindi come capacità dialogante tra mondi.

Elena che rapporto hai con l’anima?
È qualcosa che cerco di trovare continuamente. Nella mia vita, nella mia ricerca artistica, nel rapporto con gli altri…Soprattutto nella natura. Molto del mio processo di ricerca dell’anima viene compiuto grazie al teatro. Il teatro mi permette di entrare in spazi più profondi, perché permette di prendere tempo per ascoltare. Stando in sala con altre persone non si hanno distrazioni, anzi il focus è entrare veramente in quello spazio. Non è dichiaratamente uno spazio sacro o uno spazio spirituale, ma questo non è importante perché quando si entra in quello spazio si entra nell’ascolto del presente. Questo è già entrare in contatto con una parte dell’anima. Poi ognuno ha la propria risposta e segue la propria ricerca su cosa sia l’anima. Sicuramente l’anima è qualcosa che si può sentire. Se normalmente possiamo sentire quando un’emozione viene dal cuore o dalla pancia o dalla testa, possiamo anche chiederci quale emozione viene dall’anima. Da sempre il teatro è legato al rito, nasce come rito, anche come rito sacro, ed è molto simile alla messa col sacerdote che parla di fronte all’assemblea che lo ascolta. Il processo a teatro è lo stesso. C’è un altrove che si cerca di trovare e di raggiungere, ovviamente con modi diversi perché il teatro è più narrativo. Tra la messa e il teatro ci sono differenze e similitudini che si capiscono quando si inizia a fare teatro. Penso al potere di portare informazioni, sentimenti, stati d’animo che vogliono trasformare le persone riunite a vedere lo spettacolo. Penso anche che le stesse persone trasformano chi fa teatro perché il processo è sempre uno scambio. Questa è la più grande differenza col cinema. Il teatro nasce come incontro con lo spettatore. Lo spettatore del cinema è ideale, e la persona fisica deve fare tutto il lavoro da sola. A teatro l’attore si trasforma col pubblico.


foto di @david_art

Che significato dai alla parola sciamano?
Io ho studiato che la parola sciamano deriva da una certa parte della Russia ed è legata a quella cultura. Poi il termine è stato pian piano usato dagli antropologi in tutto il mondo per definire un certo tipo di pratiche, un certo tipo di religiosità. Io non ho probabilmente mai incontrato un vero sciamano, ma ho incontrato molte persone interessate allo sciamanesimo. Anche perché oggi c’è un revival culturale e sociale di questo sapere. Per me lo sciamano è colui che ha la capacità di entrare nel mondo degli spiriti e tornare indietro con consapevolezza. Agisce attivamente, non passivamente. Può entrare in quel mondo e tornare con delle informazioni per questo mondo. Torna quindi con nozioni che sarebbero precluse se cercate in altro modo. Queste nozioni lo sciamano può riceverle solo se gli vengono rivelate.

Quanto c’è di sciamanico in uno spettacolo teatrale in un bosco?
Non me lo sono mai chiesta… Sicuramente vorrei che ci fosse qualcosa… Non ho mai cercato di spingere troppo su questo spunto perché vorrei che restasse uno spettacolo teatrale. Cioè uno spettacolo che deve parlare a tutti e raggiungere tutti. Spingendo troppo su alcune cose forse lo spettacolo potrebbe diventare respingente per certe persone. Di sicuro c’è potenza nel fare uno spettacolo nel bosco. È molto particolare rispetto a farlo in teatro, dato che il contesto è molto importante. Se a teatro il palco è il luogo deputato e fa sentire protetti, in natura tutto questo non c’è. In natura manca un luogo di protezione, anzi si è allo stesso livello del pubblico. quindi si è molto più esposti. Per questo in Toscana questa estate nella pineta ho creato un cerchio di protezione. Era per dire: “questo spazio è sacro, è uno spazio in cui accade qualcosa, io mi apro affinché qualcosa accada”. Altra differenza è la presenza di esseri viventi. Nel bosco ci sono effettivamente gli alberi che interpreto, e si può interagire con loro mentre si racconta quale è la loro vitalità. Quindi io racconto degli alberi e il pubblico può vederli, sono lì. Il passaggio mentale dello spettatore è diretto, entra direttamente in quel flusso.


foto di @david_art

Tu li senti gli alberi?
A volte sì a volte no. Sento che devo fare un gran lavoro di connessione con gli alberi. Infatti, per connettermi di più, sono andata a vivere in una casa nel bosco in Piemonte. Comunque mentre faccio lo spettacolo nel bosco sento gli alberi, ma la mia attenzione oscilla e so che potrei sentirli molto di più… Passo da sentirli a perdermi in cose più umane. A volte sto più nel pubblico. Non sono sempre dentro la connessione. Quando succede, quando l’attore è connesso con l’albero, il pubblico lo sente. In quel momento il pubblico può pensare che è possibile veramente connettersi con gli alberi. Ma forse non serve essere connessi tutto il tempo…

Ma che differenza c’è tra te e una pianta?
La prima differenza è quella dell’errare. Nello spettacolo io chiamo gli esseri umani “i verticali erranti”. Verticali perché il punto più simile che abbiamo con gli alberi è la nostra verticalità. Tutti gli altri animali della terra non sono verticali come noi. Noi siamo dritti come gli alberi col tronco. La differenza principale però è che gli alberi portano la loro verticalità stando fermi, mentre noi la portiamo muovendoci. Questo errare poi significa sia muoversi che sbagliare. Noi come gli alberi siamo verticali, ma a differenza di loro sbagliamo. La verticalità per me rappresenta anche la spiritualità, la connessione tra cielo e terra. Da sempre in molte culture gli alberi sono ritenuti i connettori tra inferi e cielo, cioè l’axis mundi, l’asse della terra. Anche noi abbiamo un po’ questo compito, perché siamo verticali. Anche noi abbiamo un axis mundi dentro di noi che è la colonna vertebrale. Questa visione la si può trovare in molti testi spirituali, dal Nord America all’India. La differenza è che noi muoviamo la nostra colonna. Ovviamente ci sono anche le classiche differenze: nella morfologia, nella riproduzione, nella interazione… Una cosa che dico nello spettacolo riguarda la vista. L’uomo è convinto che le piante non ci vedano ma in realtà le piante vedono molto meglio di noi perché hanno 11 fotoricettori, mentre noi ne abbiamo solo 5. Loro sono molto più in grado di distinguere le particelle della luce, perché ogni parte del loro corpo si struttura in base alla luce. Vedono molto meglio dato che hanno occhi su tutta la corteccia e su tutte le foglie. A differenza nostra vedono a 360°. Questo fa esclamare spesso il pubblico: “Allora l’albero mi vede!”. Quando li sento penso: “Certo che ti vede!”


foto di @david_art

Ultimamente si parla molto di Antropocene, secondo cui noi esseri umani siamo andati troppo avanti per non lasciare problemi sulla Terra e alla Natura del futuro. Nel tuo spettacolo assumi il punto di vista delle piante, le quali sono un po’ tristi a causa del nostro comportamento. Ma sono veramente tristi?
Chiedilo a una pianta!
Tu ci parli?
Parlandoci si capisce se questo loro punto di vista è reale o meno. Le piante parlano un’altra lingua ma sono sicura che comunicano e interagiscono. Solo che hanno tempi molto più lenti dei nostri, e non sembra che abbiano una interazione. Invece ce l’hanno, e sentono. Quindi si può avere un rapporto emotivo con una pianta; ne sono convinta. Non si può avere lo stesso rapporto con un oggetto, che è un corpo morto. Alle piante fa sicuramente piacere ricevere affetto. All’inizio pensare che le piante sentano emotivamente sembra quasi parlare di cose “magiche”… In realtà dopo un po’ cambia proprio la nostra percezione del mondo. Tutta la chiave sta nell’ascoltare! Ascoltarsi dentro, perché in noi stanno tutte le risposte, anche su come risolvere i casini che noi stessi abbiamo creato, come dice appunto la teoria dell’Antropocene. Poi a volte penso che per alcune specie questi sono casini, ma forse per altre sono vantaggi. La natura è sempre un equilibrio. Il disequilibrio creato da una parte magari avvantaggia altre specie da un’altra parte. Allora forse non stiamo distruggendo la natura, ma siamo solo distruggendo molte specie viventi a scapito di altre. Me lo chiedo spesso…

Conosci l’opera del professor Mancuso?
Non ho letto tutto ma solo un paio di libri e ho visto qualche intervista. Giustamente è popolare, perché sta portando al pubblico l’emotività delle piante, la loro sensibilità alla luce del sole. Il mio spettacolo sicuramente è legato al suo lavoro. Forse in futuro gli farò sapere dell’esistenza di “Voci dal Bosco”.


foto di @david_art

Per finire secondo te è più importante “sentire” o “capire”?
Non so quale viene prima. Tutti e due sono necessari. Per come sono fatta io penso “sentire”. Se si sente una cosa ci si mette sulla strada per comprenderla, mentre se si comprende una cosa senza sentirla si rischia di restare dentro la propria mente. Intendo proprio un pensiero tipo: “dentro ho capito tutto ma comunque sto male”. Nel sentire almeno hai una strada da seguire, non sei mai perso. Io penso che dovremmo guardare molto più al sentire. Fare proprio una educazione sentimentale… Che poi è quello che prova a fare Teatro Selvatico. Spero sempre che un giovane possa essere più legato al sentire che al comprendere… Ma è anche vero che tutti ci creiamo le nostre bolle sociali in cui tutti gli altri ci sembrano simili a noi. Vengono a fare i nostri laboratori e ci danno speranza. Ma so che questi giovani sono una minima parte della massa. Forse quindi si dovrebbe parlare con chi ha una percezione più equilibrata… Alla fine noi stiamo dentro il processo. Però posso dire che ci sono tanti, tanti giovani che hanno questo desiderio di sentire.


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