Tre voci del Tecnosciamanesimo: Intervista a Elena Borgna (parte 2)

Avatar Federico Fianchini | November 29, 2023 72 Views 2 Likes 5 On 2 Ratings

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Proseguiamo l’intervista ad Elena Borgna, attrice teatrale di Teatro Selvatico, per toccare il tema forse a lei più caro: il teatro. Elena spiega, tra le altre cose, come il suo spettacolo “Voci dal Bosco” voglia essere un “tentativo di traduzione”.

Elena, qual è il messaggio di “Voci dal Bosco”?
Molto semplicemente: “gli alberi sono vivi”. Sono esseri viventi, sono esseri senzienti. Quindi sentono come sentiamo noi, anche se in modo diverso. Gli alberi sono altri popoli, parlano un’altra lingua. Ma il fatto che parlino un’altra lingua non significa che non parlino. Semplicemente ci siamo dimenticati sia di ascoltare sia come interagire con essa. Questo è il messaggio che cerco di passare attraverso vari espedienti. Per esempio attivando un processo antropomorfico in cui io divento gli alberi, in cui l’umano diventa albero. Dato che non riusciamo più a sentire gli alberi l’idea è che, se io divento albero, magari posso passare delle informazioni su quell’albero, su come si sente. Lo faccio traducendo la sua lingua. Il mio tentativo è un tentativo di traduzione, dalla lingua degli alberi alla lingua umana, un tentativo più o meno riuscito di traduzione.


foto di @david_art

Per via dello spettacolo tu cambi spesso la voce, facendo qualcosa di simile a ciò che fa il medium, il quale si mette in contatto col mondo degli spiriti stando tra il nostro mondo e l’altro mondo. Quello che fai è solo un trucco scenico o dai un significato diverso a questa azione?
Io ho studiato antropologia, sia prima di fare teatro che durante l’inizio del mio lavoro col teatro. Ho studiato molto la trance e le possessioni perché mi hanno sempre molto interessato, le ho sempre sentite vicine al teatro. In molte altre culture c’è proprio una continuazione tra “attorialità” e possessione. Una sfocia nell’altra, una diventa l’altra. Normalmente siamo abituati a pensare il posseduto come passivo, agente solamente della volontà dello spirito che lo attraversa, mentre pensiamo l’attore come totalmente attivo. In realtà non è così, perché sono vere entrambe le cose. L’attore ha dei momenti in cui si lascia agire, si lascia prendere dallo spirito del personaggio. Mentre personalmente penso che anche il posseduto abbia momenti di scelta. La mia idea era unire i due ambiti. Se questo spettacolo deve parlare a nome della Natura allora mi sono detta che essa dovesse parlare al posto mio. Se la natura vuole dire cose attraverso di me allora io permetto alla natura di farlo. Poi vediamo se accade. Io lascio aperta la possibilità dentro di me, in qualche modo.

Nel testo sembra che le piante siano dispiaciute del nostro menefreghismo. Pensi che la natura sia indifferente alle sorti umane o ci soffra?
Non concepisco la natura come distaccata. La penso come un tutto unico che si è coevoluto insieme a noi. Negli ultimi studi sull’evoluzione non si parla più di evoluzione della singola specie, ma sempre di una coevoluzione tra tutte le specie in un certo habitat, in un certo ecosistema, in un certo ambiente. Quindi se si è all’interno di quell’ecosistema è perché all’interno di tale ambiente noi serviamo, altrimenti non ci saremmo. Il nostro crederci fuori dalla natura, il pensiero che la natura sia indifferente, per me non ha nessun senso. La natura non può essere indifferente perché semplicemente anche solo quando camminiamo su un prato essa se ne accorge tantissimo. Interagisce con noi. Alla natura interessano le nostre sorti, non perché siamo speciali ma perché ogni specie è in rapporto coevolutivo con le altre. Quindi se noi non ci fossimo più si creerebbe un altro sistema di equilibrio. Noi influiamo su tutte le altre specie che hanno un rapporto con noi. Sicuramente ci sono specie viventi che non hanno rapporti con gli esseri umani e quindi non gliene frega niente di noi. Ma quante invece sono proprio interconnesse con noi? Abbiamo influenzato la loro evoluzione e loro hanno influenzato la nostra. Si prenda l’impollinazione: Darwin aveva notato che alcuni fiori sono più grandi, alcuni più piccoli, alcuni hanno il pistillo lungo, altri lo hanno più corto. Chiedendosi come mai egli riuscii a dimostrare che la forma del fiore è tale perché deve attrarre un certo tipo di insetto. Come se ogni fiore avesse un certo tipo di insetto privilegiato utile a raggiungere proprio quel fiore lì. Infatti a quella pianta interessa che proprio quell’insetto prenda il suo nettare. E lo stesso insetto vuole proprio quel nettare lì. Ma allora chi influenza chi? L’insetto ha trasformato la pianta o la pianta ha trasformato l’insetto? Tutto resta sfumato perché l’uno si è evoluto insieme all’altro. Questi esempi si possono fare con ogni specie.


foto di @david_art

Dei molti personaggi che mostri a chi ti senti più vicino?
Penso che escano tutti da me, sono tutte parti di me. Sicuramente quello che mi sta più simpatico è il muschio. Esso è stato il primo personaggio che ho creato e ha dato l’idea di creare queste “voci dal bosco”, l’idea di dare la voce agli alberi. Stavo facendo una improvvisazione quando è uscito questo personaggio un po’ buffo che mi ha molto conquistato. Era proprio semplice e aveva quell’idea di godersi la vita stando sull’albero. Si gode la vita prendendo la rugiada. Come personaggio il muschio è un po’ buffo e stupido, ed è naif e ingenuo. L’ingenuo che nella sua ingenuità si gode al massimo la vita perché riesce a godere delle piccole cose. Vede il negativo ma in un altro modo. Io sono più affezionata al muschio che agli altri. Poi dipende dai momenti della giornata e della vita. Per esempio mi piace anche il carpino, ma non mi sento vicina al carpino perché è una specie di mafioso che fa gli intrallazzi e vuole distruggere gli umani. Tuttavia allo stesso tempo dice grandi verità. Per esempio si chiede cosa fanno questi umani, perché agiscono così. Per il carpino gli umani non si rendono conto che quando muoiono si ficcano dentro una bara di legno senza accorgersi che stanno dentro il cadavere di un altro essere vivente. Il tutto senza chiedersi chi è stato quell’essere vivente, come ha vissuto la sua vita. Questo è interessante del carpino.

Elena, la dicotomia tra attrice e personaggio ti permette di fare cosa?
A me piace tanto fare i personaggi, perché mi libera. Mi libera dalla identificazione con me stessa, mi fa entrare in altri spazi. È la cosa che ho sempre amato del teatro. Poter dire “per questi 15 minuti non sono Elena ma sono qualcos’altro”. Non perché non amo Elena, ma perché è anche bello essere altro. Senza per questo morire e rinascere in altra forma. Una delle cose belle dell’essere umano è la incredibile capacità metamorfica. Come se fosse uno dei nostri poteri magici: trasformarsi in altre creature, imitarle, imitare i versi, le forme, le danze, i movimenti degli animali. Mi piace esercitare questa capacità mimetica e perdermi un po’. Quando poi torno a Elena mi sento a loro grata. Li sento esterni a me, e mi tolgo anche dal giudizio di cosa sto facendo. Tanto non lo sto facendo io. Anzi mi dico sempre che lo fa lo spirito del bosco. Quindi meno Elena fa, più lo spettacolo viene bene.


foto di @david_art

Quale è il fine del tuo spettacolo?
Incuriosire le persone sugli alberi. Far sì che dopo lo spettacolo gli umani vedano gli alberi in modo diverso. Portare a farsi più domande sugli alberi per poterli rispettare di più. Portare la gente a dargli più valore e a vederli. Vedere l’albero davanti a casa quando si torna a casa. Pensare che magari quell’albero c’è da tanto tempo. Non darlo per scontato. Vorrei che, dopo il mio spettacolo, si attivasse l’ascolto verso quell’albero. Per capire che è un essere vivente e sta qui davanti a casa nostra, presidia questo luogo, ne è il custode. Questo è il mio obiettivo principale, un obiettivo che porta poi però alla riflessione sulla inversione di rotta che l’umanità deve sicuramente fare per non andare verso la totale catastrofe.

Quale pensi sia il fine del teatro nel 2023?
Sicuramente il fine del teatro oggi non sono le massime filosofiche, ma stare nel qui e ora, percepire il mondo, l’esistente, riportarci dentro, far cambiare lo sguardo, aprire una visione diversa, più inclusiva. Il fine è dare speranza, far venire voglia di fare le cose e di stare nel fare, non nel pensare.

Infine, cosa pensi del contrasto tra sperimentazione e narrazione?
Vorrei sperimentare azioni del fare, tipo accendere un fuoco o abbracciare un albero, ma penso che comunque la narrazione è bella e potente. La narrazione non è un meno, anzi è il filo che unisce i pezzi del tessuto. Poi dentro ci si mette quello che si vuole. Anche la divagazione. Per dare un senso la nostra mente funziona grazie alla narrazione in modo da portare quella esperienza a casa. La cosa bella della narrazione è proprio l’unione tra il sentire e il comprendere. Lo spettacolo deve far sentire le cose, ma se non dà una narrazione che le cuce insieme, si rischia di vivere una sensazione simile ad un mucchio di emozioni prima sentite e poi dimenticate perché non collocate dentro un filo narrativo. Le storie invece rimangono dentro e lavorano. Arrivano dopo quando meno te le aspetti. Personalmente credo molto nelle storie, nella loro capacità di entrare, modificare, guarire e creare un mondo.


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