La materialità del Material Bar. Intervista a Katarina Dekleva.
Intervista a Katarina Dekleva, architetta e designer slovena che, per l’esposizione di Alcova 2025 al Fuorisalone, ha portato da Lubiana l’installazione Material Bar creata con i colleghi Bor Pungerčič e Rok Oblak. Domande sul suo rapporto con Milano e con il design.
L’anno appena passato ci ha visto parlare di, e con alcuni occhi stranieri che per lavoro hanno (o hanno avuto) una relazione con Milano. Abbiamo parlato di Mother di Bob Wilson, che ci ha lasciato con un ultimo doppio capolavoro sia per la bellezza ed esattezza della sua rivisitazione della Pietà Rondanini, che per la straordinaria sensibilità con cui ha capito la città dove ha avuto luogo l’ultima sua epifania. Abbiamo intervistato l’artista americano TJ Wilcox che da anni risiede a Milano (e lo ritroveremo a breve) e abbiamo anche intervistato la architetta e designer slovena Katarina Dekleva, presente ad Alcova 2025 presso la Villa Bagatti Valsecchi.
La Dekleva ha portato da Lubiana, l’installazione “Material Bar”, creata con i colleghi Bor Pungerčič e Rok Oblak. Creata sotto l’egida del Centre for Creativity e del Museo dell’Architettura e del Design di Lubiana, l’installazione è stata pensata per, e ambientata poi nella sala principale del primo piano della villa, proprio come fosse un vero bar. Un luogo dove mostrare i metodi di lavoro, i processi creativi, e la capacità di scambiare conoscenza tra i designer sloveni (che il trio aveva invitato) e il pubblico del Fuorisalone. Il contesto fisico del bar Material si è quindi dato come luogo di incontri e scambi, in cui poter essere attivi o passivi, interagire ai seminari presentati, o lasciarsi cullare dall’atmosfera informale dell’ambiente.
foto di Marijo Zupanov @zupanov
Ci puoi dire qualcosa di te?
Sono architetto di professione. Ho conseguito la laurea magistrale in architettura presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Lubiana. Professionalmente, lavoro come architetto abilitato e come designer. La mia pratica progettuale è multidisciplinare, focalizzata su principi sostenibili e interventi responsabili; spesso coinvolge la progettazione partecipata, promuovendo sia la consapevolezza ambientale, un approccio “fai-da-te”, che l’integrazione di competenze che un tempo erano date per scontate, ma che oggi appartengono a un patrimonio culturale e a una tradizione artigianale in via di estinzione. Insieme all’architetto Bor Pungerčič e al designer Rok Oblak, ho curato la presentazione del design sloveno per il Museo dell’Architettura e del Design di Lubiana presso Alcova, durante la Milano Design Week 2025.
Come funziona la scena di Lubiana? Viene influenzata da Milano?
Vedo e vivo Lubiana come una città post-industriale, dove un numero relativamente alto di persone e collettivi creativi (pieni di idee) coesiste con una piccola cerchia di consumatori. A volte ho l’impressione di conoscere più produttori che utenti. Sopravvivere come professionista nel campo del design con la propria pratica autentica non è affatto semplice. Con la nostra mostra abbiamo voluto presentare i protagonisti che riteniamo siano riusciti a fare esattamente questo. I designer e i collettivi coinvolti nel Material Bar non sono influenzati direttamente dalla scena milanese, hanno sviluppato una propria resilienza e identità che è strettamente locale. Il loro principio è rimanere rilevanti nel proprio lavoro e trovare modi sostenibili che supportino l’ambiente, l’utente e l’autore. Naturalmente, possono essere paragonati ai loro contemporanei milanesi. All’interno della Biennale del Design Industriale (BIO), il Museo dell’Architettura collabora spesso con persone di Milano; BIO26 è stata curata da Angela Rui; anche Paola Antonelli ha partecipato a BIO50; Marco Sammicheli della Triennale di Milano è un collaboratore frequente. Facciamo parte dello stesso ambiente e in questo modo Lubiana si connette e a volte trae ispirazione dalle pratiche e dalle istituzioni milanesi.
Perché un bar? E perché “Material”?
Volevamo sottolineare che stiamo presentando i creatori, i loro metodi di lavoro e i loro processi; non i prodotti finali. Miravamo ad andare oltre le presentazioni individuali e a consentire scambi di conoscenze e materiali nel senso più ampio del termine. Ci siamo riusciti: ad esempio nella collaborazione tra la ricercatrice di cibo urbano (urban forager) Fromgaja e la distilleria artigianale Gin Brin. Poi un bar è un luogo di incontri e di scambio. Al bancone avvengono le interazioni; dietro il bancone si lavora; davanti ad esso si osserva. Puoi essere attivo: puoi partecipare a un laboratorio di ceramica di Salto Dionys, o ad un laboratorio di Toasted Furniture, o alle sessioni di marionette e costumi di Nika Ravnik, o puoi assemblare il tuo capo d’abbigliamento con Anselma. Oppure puoi semplicemente sederti, leggere un giornale o ballare sulla musica di Miha Šajina. Se non ti piace, puoi lavarti le mani con l’acqua filtrata del collettivo Pjorkkala e andartene.
La forma “bar” ha qualcosa di nostalgico? Ci vuole ricordare delle passate connessioni fisiche in un bar?
Sì, certamente; questa informalità e la benevolenza dell’atmosfera da bar erano proprio l’idea e l’obiettivo. In Slovenia è ancora molto importante. Certamente un po’ meno di un tempo, ma il bar rimane comunque uno spazio di incontro e di vivace scambio di informazioni. Volevamo creare un ambiente in cui i designer presentassero le loro abilità al pubblico e tra di loro, e potessero partecipare a modo loro: realizzare un oggetto, connettere le conoscenze con la propria pratica, osservare per curiosità, discutere insieme, aggiungere qualcosa di proprio. Tutte le risposte sono parte della risposta.
foto di Marijo Zupanov @zupanov
Puoi dirmi di più sulla tua concezione di design multidisciplinare?
Tornando all’inizio: presentiamo il principio del “design d’azione”, dove gli autori rispondono attraverso il loro lavoro a questioni urgenti e condizioni attuali. In architettura, ad esempio, questa è l’idea del genius loci. Questioni come l’accumulo di materiali, la sovrabbondanza di prodotti, il ridotto contatto sociale, la trasmissione del sapere attraverso l’esempio, il riciclo, la coltivazione e la ricerca di cibo, la produzione locale in piccoli lotti, ecc. Essere rilevanti nel proprio lavoro significa trovare modi sostenibili che siano rispettosi dell’ambiente, del consumatore e dell’autore.
foto di Marijo Zupanov @zupanov
Dopo la tua esperienza a Villa Bagatti, come vedi Milano?
Per me Milano è una grande città, interessante sotto molti aspetti diversi. La presenza del design e dell’industria offre la promessa che il design industriale non sia finito. Allo stesso tempo è chiaro che l’industria raramente si assuma rischi, esplori o fornisca opportunità ai professionisti meno affermati. Per lo più l’industria gioca sul sicuro e assume i nomi più riconosciuti. Quindi lo spazio di manovra per il design industriale è ridotto anche a Milano come a Lubiana; tuttavia, le pratiche post-industriali e la scena indipendente locale sono intriganti e per molti versi simili a ciò che abbiamo a Lubiana. Mi piace sempre visitarla, prendendomi il tempo di osservare come funzionano le cose. Il ricco patrimonio e la tradizione del design che hanno plasmato la sua scena culturale e turistica sono aspetti che apprezzo e trovo interessanti. Penso che con l’aiuto della sua ricca storia, del suo patrimonio e della sua forte reputazione, Milano riesca a spingere con fiducia verso il futuro.
Senti Milano come qualcosa di peculiare rispetto al resto del paese?
Forse Milano è la città che ha sfruttato e sviluppato con più successo il turismo del design. Il Fuorisalone funge da rifugio e destinazione per quelle persone che in tutto il mondo, in qualsiasi modo, si occupano di design. Questa è la mia impressione, anche se non conosco abbastanza bene le altre città italiane per fare un confronto più approfondito. Milano vende bene la sua identità italiana e il suo cosmopolitismo, a seconda di ciò che il momento richiede.
foto di Federico Fianchini @fiank76
Tornando all’interazione del Material Bar pensi che si stia andando oltre il “vecchio” bisogno di comunicare in modo immediato?
Personalmente non credo. L’interazione e l’autenticità fanno parte di noi come esseri umani. Le desideriamo, ne siamo attratti, e prima o poi vi facciamo ritorno. A volte può sembrare diversamente, ma è proprio la possibilità di sbagliare e l’irripetibilità delle esperienze che ci attraggono ancora e ancora.
Comments
This post currently has no responses.