Mother – In ricordo di Bob Wilson
La morte del regista teatrale americano Bob Wilson, avvenuta ieri a 83 anni, ci porta al ricordo della visione di Mother, l’ultimo lavoro presentato al Fuorisalone 2025 di Milano. Ve lo raccontiamo.
Selezionato tra i migliori articoli del 2025 sul sito di Sentieri Selvaggi.
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È morto a 83 anni Bob Wilson, regista teatrale sperimentale americano di cui avevamo già parlato su queste pagine. Wilson è stato per tutta la vita, e lungo tutta la carriera, un intelletto vivo, vivace, poliedrico, curioso delle possibilità che la sua arte (il teatro sperimentale con tutti i rami che da esso partono) poteva aprire. Ha collaborato con veri e propri monumenti della cultura occidentale, da Philip Glass a William S. Burroughs, e poi Allen Ginsberg, Tom Waits, David Byrne tra i molti.
Le sue regie sono sempre state innovative nel senso di sguardi nuovi per dire in modo contemporaneo storie anche antiche, ma rivitalizzate. Questo tipo di sguardo è uno dei grandi lasciti che Wilson, eccezionale uomo di cultura, ci lascia con la sua morte.
Abbiamo avuto la fortuna di vedere l’ultimo di questi sguardi, l’intenso regalo che il regista ha fatto a Milano per il Fuorisalone 2025, cioè Mother. Con questa “performance” l’artista, usando i suoi stilemi di silenzio e lentezza, ha ridato una potente visione della Pietà Rondanini di Michelangelo al Castello Sforzesco, come forse mai era stata vista.

Vertigine è la parola che per prima è comparsa nella nostra mente di spettatori mentre assistevamo a tale epifania. Una vertigine data dalla combinazione dei due clamorosi capolavori, il celeberrimo blocco michelangiolesco e l’inedita ed intelligentissima regia di Wilson. Uniti essi portavano la nostra mente oltre l’emozione, e da critici era addirittura imbarazzante vedere quanto l’americano avesse toccato un nervo scoperto della scultura, che forse in questi secoli era sempre stato lì ma mai stato evidenziato in modo così esatto.
Il lavoro del regista, abile a ridare la Pietà nella sua lacerante bellezza, a trovarne sfumature nuove che forse solo un occhio non europeo poteva trovare, arrivava a una esattezza quasi necessaria, usando la tecnologia illuministica di oggi per illuminare i molteplici sensi di un’opera del passato. Fino a chiedere addirittura la complicità del nostro sguardo.
Per arrivare a questo risultato Wilson usava solo due elementi semplici ed inesorabili: la luce e la musica. Maestro di luce, sapiente manipolatore di buio, ombra e accecante bianco di scena, Bob Wilson aveva deciso di usare come musica lo Stabat Mater, la preghiera medievale nella versione vocale e strumentale del compositore estone Arvo Pärt.

Si entrava nello spazio, chiuso ed oscurato, dell’ospedale spagnolo del Castello adibito da De Lucchi già nel 2015 per la Rondanini, e la penombra veniva portata a buio silenzioso per poi far iniziare lentamente la performance. Essa partiva insieme alla musica, la quale poteva essere registrata o eseguita dal vivo, e questa differenza dava un differente senso, secondo un calcolo registico sapientemente previsto dall’artista.
Lo spettacolo che vedevamo di fatto aveva una scultura come protagonista, con luce e musica come comprimari. Tuttavia l’evoluzione di questi elementi portava a capire e sentire la narrazione del dolore della madre per la morte del figlio. Dal buio appariva lievemente prima, e inesorabilmente poi, la primissima fonte di luce: quella piccola finestrella posta in alto, sulla parete di fondo, dietro la pietà e sulla linea diagonale alla nostra destra.

Il silenzio e il buio trovavano in questo modo un conforto laico ma pieno di speranza che alla luce della recente morte acquista ancora più senso.
Il regista era riuscito mirabilmente a creare una partitura di vuoti e pieni, sia di suoni che di luci, capaci di farsi attendere dal nostro sguardo il quale si ritrovava avvolto da un concerto per occhi e orecchie a cui quasi portava un contributo di fiducia.
La musica era il terreno su cui si appoggiava tutta la messa in scena, dai silenzi iniziali ai picchi di tensione calcolati quasi ogni 5 minuti dal compositore, e usati dal regista non solo per mostrare l’opera di Michelangelo ma i momenti di disperazione della madre.
La regia quindi era talmente potente da acquisire potente senso a seconda che la musica fosse dal vivo o registrata. In questa seconda occasione tutto si trasformava in una sorta di installazione mediata, in cui anche il nostro sguardo diventava complice del risultato. Wilson aveva creato il modo di farci quasi desiderare la Pietà, di farcela scoprire al nostro occhio, fin quasi a sperare che apparisse. Essa infatti si manifestava improvvisamente come un’apparizione, anche se mai completamente (ridando così la sua dimensione di non finitezza). Veniva sempre lasciata una sfumatura d’ombra che le donava vita, il tutto inseguendo e venendo inseguita dalla note dello Stabat Mater, vero veicolo per livelli mentali inauditi.

Pura vertigine quindi, sensazione che, ed è brutto dirlo, non potevamo esimerci dal comparare con il distacco per l’installazione di Sorrentino appena vista a Rho. Purtoppo l’altro famoso esterno al mondo del design della fiera del mobile 2025 aveva, come suo solito ultimamente, rilasciato l’ennesimo patetico giochino col finto vuoto brandizzato, proprio di un regista sempre più vittima del proprio personaggio. Wilson (30 anni più vecchio) riusciva a “dire” la Pietà Rondanini (470 anni di età) in modo nuovo, fresco, diretto, intelligente, interessante, pronto ad essere visto e rivisto altre volte perché pregno di sensi da cogliere nuovamente ad ogni visione. Alla fine della performance di luci e suoni rivitalizzanti questo immobile protagonista di marmo appariva finalmente a luce completa nel suo splendore.
Forse quella finestrella stava proprio a significare una piccola fiammella di speranza che dopo la morte qualcosa ci sia, che il dolore non debba vincere, nonostante l’evidente frustrazione della madre. Wilson era stato capace di riscoprire una scultura mai vista in modo così intenso. Per questo il suo sguardo è sempre stato così tanto innovativo. Non è tanto avere un’idea nuova, ma vedere con occhi nuovi. Di questo Bob Wilson è sempre stato capace e ci mancherà molto la sua freschezza.
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