EINSTüRZENDE NEUBAUTEN. Live report Milano 26/5/2022

Avatar Federico Fianchini | June 11, 2022 171 Views 0 Likes 0 Ratings

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Partiamo dalla fine. Gli Einstürzende Neubauten chiudono il loro concerto milanese all’Alcatraz (seconda tappa delle quattro italiane nel tour di Alles in allem – posticipato di due anni a causa del covid) con Let’s do it a dada dal disco Alles wieder offen. Una chiusura quasi danzante dopo un concerto lento e ipnotico in cui presentano tutto il “nuovo” disco.
Let’s do it a dada sembra una canzone manifesto di una mente che sa (o sente) cosa unire tra i molteplici “oggetti” che ha davanti per creare forme di senso nuovo, abili ad allargare le porte della nostra percezione. Interessante poi il ritorno di questo “alles” (tutto), perché sembra proprio che si voglia chiudere un cerchio, sintetizzare una formula, per presentarsi o portarsi in un presente molto lontano dagli inizi cacofonici e rumoristi di quaranta anni fa, inizi di cui si è però orgogliosamente figli.

Da tempo gli EN hanno deviato dal rumore al silenzio, un silenzio felpato, sornione, creato da chi si può permettere benissimo di giocarci. Già nel 2000 era uscito Silence is sexy, facendo storcere il naso alla vecchia guardia dei fan ma trovando il giusto modo di evolvere verso uno stile sempre più elegante e tenebroso.

Oggi è chiaro che neanche la tempesta del covid ha scalfito questa idea di musica, facendo capire quanto ponderato sia l’immaginario solo apparentemente caotico o dadaista di Blixa Bargeld e i suoi compagni.

Ponderazione che ritroviamo esattamente eseguita dal vivo.

Il concetto del concerto è chiaro fin dall’inizio con Wedding: rallentare il ritmo per meglio esplorare le idee, “piegarsi” alla melodia ma dando ad essa una sostanza potente e precisa, che sappia farsi amare da un pubblico che potrebbe anche criticarne le derive pop. Ne viene fuori un’ora e mezza straordinaria, con echi poetici e movenze che fanno di Blixa un Leonard Cohen post-industriale di questi anni 20.

Non ci pare possibile ridurre lo show all’accezione di concerto, in quanto si è innanzi ad una vera e propria performance teatrale espressionista. Un happening in cui tutte le canzoni sono recitate oltre che eseguite, anche con errori e contrattempi capaci solo di aumentare lo spessore dell’evento cui si assiste.

Tutti i membri della band sono capacissimi di intrattenere con una gestualità che approfondisce, magari in modo minimale ma inesorabile, il senso del brano eseguito.
Si pensi ad Hacke il bassista quando solleva una sacca vuota dell’Ikea sulla testa e la stropiccia come se si asciugasse i capelli, il tutto per farne uscire un suono sinistro e ovattato che va ben oltre la melodia e verso lidi teorico-musicali che fanno riflettere oltre che sognare.

Sicuramente siamo lontani dal creativo/distruttivo passato degli EN, quei gloriosi giorni di Steh auf berlin (1981), ma in un momento così omologante dal punto di vista culturale vederli di nuovo regalare queste performance fa bene al cuore e al cervello. Anche solo per quel lavoro che la loro musica fa con il fuoricampo, come se chiedesse di essere completata dalla nostra immaginazione. Infatti, come con Nick Cave, ogni canzone viene portata ad un vertice pronto ad un’esplosione che non viene mai data, creando appunto un eccezionale fuoricampo musicale/mentale in chi ascolta e guarda sognante il palco.

E poi ci sono loro, gli oggetti.
Famosi per saper trarre suoni sinistri e calzanti anche da frese elettriche e martelli pneumatici gli EN incutono quasi timore quando decidono di usare qualunque oggetto si trovi sul palco. In un rapporto dialettico che va oltre la funzione data dall’oggetto stesso, e verso la ricerca di un senso altro/oltre (utile ad aprire la nostra mente interrogandoci sulla sua vera utilità) gli EN compiono una necessaria operazione di ricollocamento degli oggetti, portando per esempio un carrello della spesa fuori dalla sfera del consumismo e nel campo dell’arte musicale.
Forse saper trarre senso guardando le cose in modo nuovo è la base in un momento storico in cui di oggetti si è sempre più oberati. Si pensi al tintinnio finale in Grazer Damm in cui Bargeld, con un minimo gesto, getta per terra dei pezzetti di ferro per dare un lieve decisivo tocco onirico al ritmo incalzante e cupo di questo ricordo della sua giovinezza.
La costante interrogazione degli oggetti porta ad un “tutto” oscuro, profondo, tranquillo, serafico nella sua letale consapevolezza.

Dopo due anni di attesa e quaranta di carriera gli Einstürzende Neubauten sono ancora in giro per l’Europa intenti a far crollare le nostre residue certezze.
Meraviglia.


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Written by Federico Fianchini


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